Conoscere il bambino

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Se per tutto il primo anno di vita il bambino sperimenta una specie di fusione tra sé, la mamma e il mondo e non possiede ancora una propria immagine corporea ben definita, dopo i 12 mesi la simbiosi è ormai un ricordo.Tra il primo e il terzo anno la sua identità diventerà sempre più separata da quella della figura materna: inizia a camminare, si libera del pannolino, capisce i discorsi degli adulti, riesce a stringere nelle mani una matita per tracciare il primo scarabocchio su un foglio .Anche la gamma delle sue emozioni si estende e si arricchisce, passando dall’abbandono affettuoso a scoppi di gelosia e impazienza. In particolare tra i 18 mesi e i 2 anni, la dipendenza dai genitori, che prima gli davano sicurezza e protezione, comincia ora a infastidirlo e a volte gli fa provare un senso di oppressione. Il bambino si intestardisce e sembra volere di proposito far l’opposto di quello che gli si dice.

È questo il motivo per cui questo periodo della crescita è conosciuto come la fase del no. Il piccolo cerca di fare tutto da solo anche se, confuso com’è da tutte le scelte che gli si presentano, non sa ancora quello che vuole: è sconcertato dalle nuove capacità che scopre in se stesso, disorientato dalla violenza dei suoi desideri, irritato dagli ostacoli che gli impediscono di esprimere le sue voglie. In fondo, dire di no a tutto ciò che gli si propone è un modo per cercare di scoprire quello che vuole e sapere che cosa gli altri si aspettano da lui.
Al tempo stesso, il no è associato a un’esaltante sensazione di autonomia e disfida. Negando, il bambino afferma i suoi gusti, i suoi desideri, la sua esistenza.
Ecco perché se di fronte alle sue cocciutaggini siamo colti da un senso di frustrazione e impotenza, o dal sospetto che lo faccia apposta per farci arrabbiare, è importante ricordarsi di un dato: il no, questa minuscola, potentissima parola che siamo abituati a pronunciare con indifferenza, è per lui un passo decisivo per affermare la sua personalità, la sua indipendenza e imparare a difendere il suo punto di vista.

DA RICORDARE

Trovare il punto di equilibrio tra la necessità di proteggere il bambino e il suo bisogno di crescere e di esprimere la sua individualità non è facile. Gli errori sono inevitabili e quasi sempre motivati dalle migliori intenzioni.
Se siamo eccessivamente protettivi, impediamo lo sviluppo dell’autonomia. D’altro canto, concedendogli troppa libertà, rischiamo di creare un senso di insicurezza emotiva, che gli dà la sensazione di essere abbandonato.
Non esistono schemi educativi preconfezionati, tipo “A quest’età non dovrebbe avere bisogno di tutte queste attenzioni” o “Non gli si può dir niente, vuole decidere tutto lui”. I nostri interventi vanno calibrati secondo i bisogni, nelle diverse fasi di crescita di ogni singolo bambino.

Che cosa vede
A un anno il bambino vede le immagini con i contorni ben definiti, i colori vivi-
di e i rilievi tridimensionali. Il mondo, che fino a poche settimane prima era
piatto,ora gli appare finalmente a tre dimensioni.
Come si muove
Insieme alla capacità di camminare, l’acquisizione della manualità fine per-
mette al bambino di essere sempre più autonomo, diventando padrone dei
suoi movimenti.
A 14 mesi Riesce a ruotare la mano per mettersi il cibo in bocca.
A 15 mesi Afferra e tiene una tazza, la usa per bere e la appoggia sul tavolo,
senza sbrodolarsi troppo. È capace di mangiare da solo portando alla bocca il
cucchiaio senza farlo cadere.
A 18 mesi – Riesce a voltare due o tre pagine di un libro per volta. Inizia a sca-
rabocchiare.
A 2 anni – Ruota una manopola per aprire la porta, svita i coperchi dei barat-
toli, apre e chiude una cerniera.
A 2 anni – e mezzo Infila delle perline in un filo e sa allacciarsi un bottone.
A 3 anni – Realizza strutture complesse con le costruzioni, mette e toglie og-
getti da una scatola, veste e sveste una bambola con notevole perizia.

Come si esprime

Imparare a parlare esige un lungo lavoro di assorbimento di informazioni che varia da bambino a bambino. Può durare anche 1 o 2 anni, ma poi esplode, spesso da un giorno all’altro, in uno sfavillio di parole. Il momento in cui ciò avviene dipende da una combinazione di fattori troppo complessa per essere prevista.

A partire dai 12 mesi – II bambino comincia a costruire piccole frasi di due parole:’Mamma, appa”. Presto la stringa di parole si allunga e può arrivare a un discorso di sette-otto parole composte di due sillabe. Spesso, nel pronunciarle, imita l’intonazione degli adulti. Con il trascorrere del tempo, il suo linguaggio si arricchisce di verbi, avverbi e aggettivi. Questo arricchimento non è regolare, ma procede a sbalzi.
Fino ai 2 anni e mezzo-3 – II bambino indica se stesso chiamandosi per nome e usando la terza persona: “Anna vuole la pappa”. Il passaggio dalla terza alla prima persona è graduale e per alcuni mesi si assiste a un alternarsi delle due forme. Poi passa al pronome io “lo voglio la pappa”, e quindi alla parola mio. È questo il segnale che ora si riconosce definitivamente come persona separata dagli altri con un suo specifico posto nel mondo.A poco a poco inizierà ad acquisire la consapevolezza di sé, a raccontare quanto gli accade e a costruire la sua storia, facendo riferimento anche al passato con frasi come
“Quando ero piccolo”o”Una volta facevo…

Come impara a concentrarsi

Nei primi 12 mesi di vita II bambino non era in grado di guidare la sua attenzione su una cosa precisa, focalizzarla, astrarla dal contesto in cui si trovava: anche se poteva sembrare che buttasse il pupazzo per terra con intenzione, in realtà lo faceva per via riflessa, senza esercitare un vero controllo dei movimenti.
A partire dal primo anno – Inizia a formarsi il sistema nervoso attenzionale: quello che prima appariva nebuloso e indistinto comincia ad acquisire un confine e il bambino è sempre più in grado di concentrarsi su uno stesso gioco. La capacità di attenzione non è innata e richiede operazioni mentali complesse, che vanno imparate. Per svilupparla il bambino deve compiere un piccolo prodigio: imparare a concentrarsi su un unico stimolo ignorandone altri.
A 2 anni – È raro che riesca a prestare attenzione a qualcosa per più di un quarto d’ora. Col tempo, la capacità di concentrazione aumenta, ma è comunque diversa rispetto a quella degli adulti. Mentre noi, basandoci sulle nostre passate esperienze, sappiamo quello che stiamo cercando e ci concentriamo per trovarlo, l’attenzione del bambino non è mirata, ma sperimentale.
Se butta più volte un giocattolo per terra non è perché è incapace di controllare i suoi movimenti, ma per sperimentare una varietà di stimoli diversi: il lancio, le sensazioni tattili, l’effetto sonoro che ottiene, le reazioni degli altri.
Gli oggetti vengono utilizzati nel modo che più gli piace senza rigide categorie mentali. Se per esempio ha appena imparato a tirare la palla, si ritroverà a prendere a calci ogni gioco che gli capiti a tiro.
Dopo i 3-4 anni – II bambino imparerà che le cose sono finalizzate a uno scopo preciso.

Quando si riconosce allo specchio

All’inizio, passando davanti a uno specchio e vedendo la propria immagine riflessa, il bambino cerca di toccarla credendo si tratti di qualcun alta). Quando inizierà a riconoscersi? Ancora oggi gli studiosi non sono concordi nel definire l’età in cui collocare questa importante tappa dello sviluppo della coscienza.
Alcuni sostengono che il riconoscimento di sé allo specchio avviene attorno al compimento del primo anno di vita. Ma, secondo i risultati di un esperimento svolto da un gruppo di ricercatori francesi, la data della scoperta va collocata solo dopo i 18 mesi. Per dimostrare la loro tesi, gli studiosi hanno messo una macchia di colore sulla guancia di bambini tra i 9 e i 36 mesi di età e hanno osservato le loro reazioni davanti a uno specchio
Tra i 9 e i 18 mesi il bambino cerca di togliere la macchia grattando lo specchio.
Tra i 18 e i 24 mesicerca di localizzare a tentoni la macchia sul viso.
■Tra i 24 e i 36 mesi individua velocemente la posizione esatta della macchia sul suo volto.
Ciò dimostra che il riconoscimento di sé non avviene grazie a un’improvvisa illuminazione, ma è frutto di un lungo percorso.

Come ragiona

Verso i 2 anni, quando si passa dalle parole isolate a frasi vere e proprie, il mbambino si rende conto che esistono due realtà che hanno un rapporto luna con l’altra,anche se ancora non le percepisce come due mondi distinti: da un lato le cose concrete, visibili, e dall’altro le parole che le rappresentano. È in questa fase che comincia a porsi le prime domande. È stato calcolato che, spinto dalla necessità imperiosa di fare ordine nel mondo che lo circonda, può arrivare a fare trecento domande al giorno. Passa dal pensiero magico,in cui non c’è un legame tra causa ed effetto, al bisogno di trovare una ragione per la sequenza degli avvenimenti.
Per questo è importante dargli delle spiegazioni, in modo che comprenda sempre il motivo delle parole e delle nostre azioni. In questo modo il bambino crea connessioni nella
sua mente, capisce il rapporto di causa ed effetto e impara a collocare i vari fatti della vita nelle caselle di un sistema di rapporti coerenti.
In un primo tempo, la sua curiosità si rivolge verso gli aspetti della vita familiare che non gli sono chiari. Per esempio vuole capire perché il papà, la mamma, i fratelli e le sorelle maggiori hanno una vita, per lui misteriosa, fuori casa:”Perché Silvia va a scuola? Perché non gioca con me? Perché la mamma lavora?”.
I suoi perché possono essere suscitati da un nostro no, ma anche dal desiderio di comunicare. All’inizio le domande sono ripetute all’infinito, quasi ossessivamente, come se volesse assicurarsi di capire quanto avviene intorno a lui, ma anche per mettere alla prova la nostra disponibilità ad ascoltarlo.
Esaudire le sue curiosità con risposte logiche, del tipo: la mamma va a lavorare per guadagnare i soldi, tua sorella va a scuola per imparare, spesso non lo soddisfano e, anzi, provocano altri perché a catena, che suscitano in noi la sensazione di non essere chiari ed esaurienti.
In realtà, con le sue domande il bambino pone interrogativi più profondi, che ci offrono un’occasione per iniziare un dialogo. Se si presta attenzione, le prime domande hanno un denominatore comune: dove vanno i miei genitori, la nonna o la sorellina quando non stanno con me?
Per questo le nostre risposte non dovrebbero limitarsi a rispecchiare la realtà dei fatti fornendo spiegazioni dettagliate: non ne nascerebbe un dialogo e non vi sarebbe scambio. È necessario, invece, invitarlo a esprimersi per chiarire i suoi interrogativi più profondi,che in questo caso sono:c’è un altro mondo,oltre a quello familiare? Perché io non posso andarci? Dov’è? Com’è fatto?
Più che dare risposte, dobbiamo quindi aiutare il bambino ad aprire nuovi orizzonti,sollecitando la sua fantasia,lasciandolo parlare e fornendogli materiale per arricchire la sua immaginazione. Possiamo, per esempio, raccontargli le storie di altri famigliari e conoscenti che lavorano, spiegandogli quello che fanno, allargando così le sue curiosità.
Contrariamente a quanto si è portati a credere, una buona risposta non deve essere esauriente, ma stimolare un’altra domanda che permetta al bambino di conoscere meglio il mondo, di elaborare ed esprimere i suoi pensieri. In tal modo conserverà il gusto della ricerca e della scoperta.

Sono due le strade per aprire il dialogo:
■ Rispondere alla domanda con un’altra domanda.
■ Mettersi nell’ottica di cercare la risposta insieme al bambino.
Alla domanda “Perché c’è il buio?” si può rispondere “Secondo te, dove va il sole quando c’è buio? Forse va a nanna dietro quella montagna”.
Questi spunti fantasiosi, apparentemente insensati, sono invece preziosi per fargli capire che gli siamo vicini e che siamo interessati al suo mondo. Ma non solo: dando un nome alle sue fantasie lo aiutiamo a rappresentarsi realtà che non vede. Saranno proprio queste storie fantastiche a rassicurarlo quando si sentirà solo o in difficoltà.
Più che ricevere una risposta razionale, il bambino di 2-3 anni è interessato a sentire vicinanza e comprensione. Per questo non ci si deve mostrare spazientiti se non si sa che cosa dire, né cercare di togliersi dall’imbarazzo con risposte evasive,che rischiano di farlo sentire solo di fronte ai suoi interrogativi. Meglio, piuttosto,essere sinceri e ammettere:”Non so risponderti.Tu che ne pensi?”.
Anche se non comprende bene il significato delle parole, avrà la certezza che gli prestiamo attenzione e rispetto.

La ricerca dell’indipendenza

A 2 anni il bambino comincia a volere fare da solo. Quando è possibile, anche se ci fa perdere tempo, vale la pena di assecondarlo. Per sviluppare autonomia e capacità di scelta, quando inizia a parlare aiutiamolo a dare una ragione delle sue decisioni:”Mi piacciono le calze blu perché non pizzicano”,”Il gelato è più freddo del budino”,”Con il secchiello posso fare il bagno alla bambola”.
Se vuole vestirsi da solo, all’inizio insegniamogli a togliersi le calze e a infilare rimboccatura delle maniche delle camicie aperte davanti. Intorno ai 3 anni può infilarsi i pantaloni, le scarpe e slacciarsi i bottoni. Cerchiamo di non fargli fretta, ma aiutiamolo porgendogli di volta in volta indumenti facili da indossare. Ogni volta che si veste ricordiamogli la sequenza come se fosse un gioco: Prima le mutandine,poi le calze,poi la maglietta”.Ma non incalziamolo, ha bisogno di tempo per sperimentare le varie mosse, provare le diverse operazioni e ripeterle se non riescono subito.
Dopo ogni successo è importante lodarlo ma, quando fallisce, evitiamo in tutti i casi di sgridarlo o pronunciare frasi tipo:”Non sei capace,adesso ci penso io”.
Se abbiamo fretta, diciamoglielo promettendogli che lo lasceremo provare da solo alla prima occasione.

Originally posted 2014-10-01 09:09:13.

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