Crescita e alimentazione




Intorno ai 2 anni ha inizio un periodo della crescita conosciuto come l’età del no. Con le sue arrabbiature e testardaggini estreme il bambino tenta di affermare se stesso come individuo e annunciare che non è più disposto ad accettare passivamente le scelte degli adulti.
Da qui nascono quelli che noi chiamiamo capricci, ma che in realtà per lui sono soltanto il modo per chiarire a se stesso ciò che veramente desidera e che può ottenere, verificando quanto rigidi siano i limiti che gli proponiamo.
Le sue sensibili antenne intuiscono i nostri punti deboli, che in genere sono basati su sensi di colpa e di inadeguatezza, e vi fanno leva essenzialmente per mantenere o recuperare un posto centrale ed esclusivo nella nostra vita.
Spesso infatti sono proprio i capricci a mettere in evidenza i rapporti che esistono in famiglia: il bambino sa che un no della mamma può trasformarsi in un sì del papà o viceversa. Innumerevoli ricerche hanno dimostrato che se il bambino supera bene l’età del no avrà meno problemi negli anni della ribellione, dai dodici ai sedici. Si tratta quindi di aiutarlo fin da piccolo a creare un riferimento interno, una voce che dica “questo si può fare, quest’altro no”, facendogli capire che alcune cose non si fanno, non perché siano vietate, ma perché possono causare del male agli altri, procurare un dispiacere alla mamma o al papà, nuocere a lui stesso.

LA BUONA EDUCAZI

Fino a 18 mesi – 2 anni il bambino non è in grado di capire quali sono i comportamenti che possono dare fastidio agli altri. Piuttosto che imparare le buone maniere, ha bisogno di esplorare, di ricercare i propri limiti, di acquisire sicurezza nei movimenti e di assimilare i divieti che riguardano la sua sicurezza. L’aggiunta di nuovi doveri può solo confonderlo.
Intorno ai 2 anni, quando lo scontro tra la sua voglia di indipendenza e le restrizioni imposte dalla convivenza diventa più aspro, è bene iniziare gradualmente a introdurre alcune regole della buona educazione, evitando lo scontro, senza mai prenderlo di petto.
Tutte le volte che è possibile diamogli delle responsabilità, insegnandogli nuove competenze. Se è in grado di manovrare i tasti del videogioco, può anche imparare a mangiare con le posate.
Con dolcezza insegniamogli a guardare in viso le persone quando lo salutano, a fare ciao con la mano, a dire grazie, per piacere.
Mostrare al bambino quanto sia importante l’attenzione nei confronti del prossimo significa anche aumentare il rispetto e l’autostima che prova per se stesso. Per evitare di dare regole vuote di contenuto, possiamo sviluppare l’attitudine a prendere in considerazione le sensibilità degli altri, chiedendo: “Ti piacerebbe che la mamma, o il fratellino, si comportassero con te nello stesso modo?”

I no che può capire

Il bambino ha bisogno soprattutto di sentirsi capito: se riusciremo a mantenere viva questa capacità di immedesimazione nei suoi confrontaci sarà più facile fargli accettare le proibizioni.Dietro al suo”Perché no?”,infatti,si nasconde una domanda più profonda: perché non posso fare tutto quello che voglio? È questo necessario sentimento di onnipotenza che lo spinge a esplorare il mondo e a conquistare nuove abilità. Ecco perché se riconosciamo le sue esigenze e comprendiamo la sua delusione, si sentirà amato e riuscirà a tollerare meglio le inevitabili frustrazioni anche di fronte a un no. Ma attenzione, accettare e comprendere è cosa diversa dall’approvare. Non significa acconsentire a una
situazione, né essere d’accordo con il comportamento del bambino.
Il nostro sforzo deve essere teso a comunicargli che capiamo le sue esigenze, le rispettiamola ci sono situazioni in cui non possiamo accoglierle:”Ti piacerebbe avere un altro gelato, vero? È proprio buono. Ma poi dobbiamo cenare e mangiare le verdure che fanno venire le guance rosse e proteggono dalle malattie”.
Non è il nostro io che si oppone al suo. Sono oggettive esigenze di salute a non permettere di mangiare solo gelati:”È proprio un peccato. Anche a me piacerebbe prenderne un altro,ma non posso”. Si tratta quindi non di imporre regole rigide o di esigere un’obbedienza cieca, ma di dimostrargli che lo amiamo e che, proprio per questo, gli diciamo di no.
Se lo costringiamo a ubbidire a ogni costo, invece di sviluppare la sua capacità di affermarsi, lo spingeremo a vendicarsi, cercando ogni occasione per rifarsi delle sconfìtte.Anziché renderlo obbediente e ragionevole, alimenteremo il suo risentimento, che si manifesta con un’ininterrotta serie di scenate, pianti, contrasti e scontri.
Se poi, per assurdo, riuscissimo a piegarlo, correremmo il rischio di soffocare il suo spirito di iniziativa, minando la sua sicurezza

Quali limiti
Il primo passo, quello più importante, ma anche il più diffìcile da mettere in pratica, è quello di convincersi che non c’è nulla di male se il bambino difende i suoi interessi: la sua è l’età delle scoperte, vuole provare tutto, esplorare, toccare, assaggiare, sperimentare. Sarebbe un problema se rimanesse indifferente e apatico davanti ai mille stimoli che lo circondano.
Per essere capiti e osservati dal bambino i divieti devono possedere sei caratteristiche: rari, coerenti, fermi, basati su valori che mettiamo in pratica noi stessi, imposti con rispetto e con un preavviso.
Rari Divieti e comandi vanno ridotti al minimo indispensabile. Facciamo un esame della situazione e decidiamo una linea di condotta; quindi diamo al bambino poche regole che riteniamo fondamentali e che sappiamo di poter gestire senza deroghe. Non chiediamogli di fare qualcosa di inutile o di poco importante.Allo stesso modo, prima di contrapporsi a lui, vale sempre la pena di chiedersi:”Che cosa c’è di male se gli dico di sì”. Se per esempio non vuole mettersi il cappotto quando fa freddo, il suo no va contenuto, ma se vuole indossare la felpa rossa invece di quella gialla possiamo anche assecondarlo. Se non gli si può permettere di correre in mezzo al traffico o di mangiare sdraiato per terra, non lo si può nemmeno soffocare con raccomandazioni e richiami ogni minuto che passa a tavola con gli adulti.
Coerenti Se gli abbiamo proibito di giocare con le macchine a tavola, non possiamo, il giorno dopo, cedere solo per farlo smettere di frignare. Non riuscirà più a capire se il divieto del giorno precedente era un nostro capriccio immotivato, o se la vittoria del giorno dopo è il logico soddisfacimento di un suo diritto.

L’intima convinzione

Il segreto nell’imporre un no consiste nell’essere profondamente convinti che il bambino debba porre in atto un determinato comportamento. Quando prende un vaso fragile e prezioso, senza un attimo di esitazione dobbiamo levarglieIo di mano e sostituirlo con un giocattolo. Se invece dobbiamo spegnere la televisione, una volta che il programma che gli avevamo permesso di vedere è terminato, andiamo in crisi. Eppure è molto più facile cliccare il telecomando che prendere il vaso dalle sue mani.
La differenza sta nel fatto che ci manca la convinzione che sia indispensabile.
Ecco perché, prima di fare una richiesta, è importante sapere se riusciremo a farla rispettare. Se fin da principio non siamo convinti della sua reale necessità e siamo disposti a lasciar correre, tanto vale non farla affatto per non uscirne perdenti. Il bambino ha infatti una straordinaria sensibilità nel percepire ogni minimo tentennamento nel tono della nostra voce.

Come imporre una regola
II modo più efficace per far accettare un limite al bambino è quello di capovolgere completamente il modo di affrontare il problema.Anziché pensare a come porre termine ai comportamenti che non approviamo, si tratta di favorire quelli accettabili. Invece di minacciare punizioni, reprimere e vietare, cerchiamo di fare esattamente il contrario: rafforziamo gli atteggiamenti corretti con le lodi e con i premi.
La soluzione è straordinariamente semplice: basta trasformare i divieti in proposte positive. Quante volte si pronuncia una frase tipo “Se non la smetti di fare scenate al supermercato,stasera niente gelato”,senza riuscire a metterla in pratica? Alle orecchie del bambino la minaccia suona come un’ingiustizia, appare come una decisione arbitraria, che cerchiamo di giustificare tirando in ballo il supermercato, il quale, nella sua logica, non ha alcuna relazione diretta con il diritto di avere il gelato. Proviamo allora a ribaltare la situazione:”Finiamo subito di fare la spesa, così potremo prendere il gelato per stasera”.
Anziché dirgli ciò che non deve fare, quindi, esponiamo chiaramente quello che deve fare. Invece di:”Attento a non far cadere la brocca”, diciamo “Prendi la brocca con tutte e due le mani,altrimenti cade e si rovescia l’acqua”. Piuttosto che:”Non scendere dal marciapiede”,diciamo”Resta qui vicino a me,così sei al sicuro dalle macchine”.
In tal modo lo aiuteremo a rendersi cosciente delle difficoltà che deve affrontare e a prepararsi al compito richiesto: conoscendo le nostre aspettative, sarà più incline a cooperare.
Indirettamente è una dichiarazione della fiducia che abbiamo nella sua capacità di comportarsi bene. Ed è dimostrato: se il bambino percepisce che ci fidiamo di lui, agisce secondo le aspettative. La regola, che per la sua stessa natura è sempre punitiva, si trasforma così in un messaggio di amore e di attenzione. Non sempre funziona ma se non altro, se dovessimo perdere la pazienza, il bambino ne comprende la ragione.

Un rapporto basato sul rispetto

Il bambino imparerà a capire le esigenze degli altri se noi per primi ci rivolgeremo a lui con Io stesso atteggiamento. Non si tratta di discutere su qualsiasi cosa, né di convincerlo delle nostre ragioni. Basta solo iniziare a parlare e a rivolgersi a lui nel modo con cui vorremmo ci parlassero quando abbi.mio un problema. Ogni volta che ci rivolgiamo a lui, proviamo a pensarc:uSe qualcuno mi parlasse con questo tono, mi piacerebbe?*’
Il bambino va trattato con la stessa serietà,la stessa dignità e Io stesso rispetto che usiamo con gli adulti. Facciamo un esempio. È ora di tornare a casa dai giardinetti e lui non vuole.Come ci comporteremmo se, invece di un bambino,dovessimo bloccare il divertimento di un adulto? Anziché annunciare subito la line del gioco con “È ora di andare a casa, è tardi”, ci scuseremmo con lui e cercheremmo di fargli capire le nostre esigenze. Il bambino merita lo stesso rispetto. Spieghiamogli le ragioni per cui siamo costretti a interromperlo, offrendogli un’alternativa positiva:”Mi dispiace, ma ho bisogno (non dobbiamo) di andare. I casa perché devo preparare la cena,così mangiamo una buona pappa”. Oppure:” Lo so che ti piacerebbe continuare,ma devo proprio andare. Che cosa possiamo lare per essere contenti tutti e due’ < he ne dici di tare altri due giri sullo scivolo e poi andare?… A casa, dopo, possiamo fare una costruzione insieme”.
Dal momento che siamo più consapevoli di lui, siamo noi a dover fare il primo passo cercando di avere un tono di voce rassicurante e pacato che lo renda disponibile ad ascoltarci. I genitori che fanno uno sforzo cosciente per ridurre il volume della voce, hanno visto in poco tempo notevoli miglioramenti nel comportamento dei tìgli.
D’altro canto, così come ci sforziamo di non prendercela con lui quando ci fa arrabbiare, così il bambino deve imparare che non si dice “Mamma sei brutta, cattiva, non ti voglio più!”, ma piuttosto:”Sono arrabbiato”. Se Io rimproveriamo con rispetto, potremo chiedere anche a lui di avere lo stesso atteggiamento nei nostri confronti.
Allo stesso modo.è importante insegnargli a rivolgersi a noi senza giudicare, né negare le nostre parole. Questo non significa reprimere quello che pensa.
Anzi, può dire tutto quello che gli passa per la testa,ma con rispetto. Per questo, espressioni come Non è vero! Ho ragione io! E invece sì! andrebbero vietate con dolcezza: “Ti piacerebbe che quando mi racconti qualcosa ti dicessi che non è vero?”
Se poi qualche volta perdiamo la pazienza, non è il caso di preoccuparsi: il bambino imparerà che anche gli altri hanno un limite. L’importante è fargli sentire che facciamo il possibile per essere disponibili: “Mi dispiace, non avrei dovuto gridare prima”.

DA RICORDARE

Una volta detto no, non cedere Prima di negare una richiesta vale sempre la pena di riflettere. Dopo avergli detto di no una volta, non possono più esserci ripensamenti perché il bambino non capirebbe quali sono i limiti veri. Per questo, nelle situazioni di maggior imbarazzo, nei negozi o di fronte ad amici e parenti, se sappiamo in partenza che cederemo, evitiamo inutili tira e molla e diciamo subito di sì. È anche questo un modo per disabituarlo a pensare che Tunica maniera che ha per ottenere qualcosa sia il
capriccio o la scenata.
Non mettersi a discutere – È questo un punto essenziale: se discutiamo a lungo le ragioni per cui non vogliamo concedergli ciò che vuole, entrando nel merito dei prò e dei contro, il bambino capirebbe che è possibile barattare. Sa che ha aperto una breccia che ci
porterà a cedere.

Quando non vuole sentire ragioni

Se il bambino è già abituato a tentare di tutto per ottenere ciò che vuole, non rinuncerà facilmente al suo potere. Prima di cedere, ingaggerà battaglie furiose per riconquistare le sue posizioni. Per resistere dovremo essere più forti, convinti di farlo per il suo bene: sarà proprio lui, infatti, il primo a trarne grandi benefici perché imparerà a confrontarsi con situazioni che non gli piacciono e a trovare una soluzione. Si renderà conto che non siamo disposti a subire ricatti, e imparerà ad accettare di buon grado qualche rifiuto. Potrà così godere di tutto ciò che gli concediamo, questa volta per amore e non per forza.
La prima cosa da fare per scoraggiare le sue scenate è quella di fargli capire che con lamentele, ricatti e urla non ottiene alcun risultato, nemmeno quello di farci arrabbiare. Se siamo convinti che le sue snervanti richieste non nascono dal fatto che ce l’ha con noi, ma solo dal suo bisogno di esplorare nuove possibilità, allora riusciremo, con sorprendente facilità, a restare calmi e a osservare il suo comportamento senza scomporci. Diciamogli semplicemente di no, che non possiamo accontentarlo. Spesso basta ripetere più volte, con calma, il rifiuto,come un disco rotto:41 So che ti piacerebbe,ma non lo compro”; dispiace, ma non si compra lo stesso”;”Puoi dirmi quello che vuoi, pestare i piedi, buttar-ti a terra, ma non otterrai nulla. Lo sai che non mi piace quando ti comporti in
questo modo”.
Se il bambino insiste e si accinge a mettere in atto la scena madre, abbandoniamo immediatamente il campo di battaglia, sbrighiamo in fretta le commissioni indispensabili e torniamo a casa senza aver soddisfatto la sua richiesta.

Originally posted 2014-10-01 10:47:12.

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