PAURE

Creato da admin
PAURE - PAURE

Quando ci troviamo senza punti di riferimento basati su esperienze precedenti che possano tranquillizzarci, abbiamo la sensazione di perdere il controllo della situazione e abbiamo paura. È un meccanismo positivo e necessario che ci protegge dai pericoli e ci aiuta a reagire alle situazioni più disparate: scansare un’automobile che arriva a tutta velocità, prepararsi per un compito importante, prevedere i rischi e gli imprevisti che si possono incontrare.
Per il bambino la paura è un necessario momento di crescita: qualsiasi processo di maturazione e di sviluppo necessario per diventare indipendenti e consapevoli è inevitabilmente accompagnato da ansie e timori.

La prima grande paura: l’ansia da separazione

La prima paura consapevole del bambino, quella che darà origine a tutte le altre, inizia verso il sesto-ottavo mese ed è la paura dell’abbandono: separarsi dalla mamma e da ciò che gli è più caro. L’ansia da separazione rappresenta una fase normale dello sviluppo: compare dopo i 6-8 mesi, e raggiunge i picchi più acuti qualche mese dopo il primo compleanno. Può diventare più forte a seguito di cambiamenti come l’entrata all’asilo, la ripresa del lavoro da parte della mamma, la nascita di un fratello, un lutto, il divorzio dei genitori, o anche solo l’esperienza di essersi perso una volta ai giardinetti.
Prima di superare la paura di non essere abbandonato, dovranno passare mesi, a volte anni. Ma se il bambino non affronta questa paura, non potrà mai diventare autonomo. Sarà soltanto tra l’anno e mezzo e i due anni che il bambino comincerà a sviluppare quella che viene chiamata la rappresentazione mentale dell’oggetto, superando così l’ansia della separazione.
Separarsi è una tappa necessaria e inevitabile dello sviluppo. Se è vero che la presenza di una figura materna è indispensabile per la strutturazione della personalità, non è necessario che questa presenza sia ininterrotta.Anzi, per una crescita equilibrata è necessario offrire al bambino l’occasione di stabilire rapporti con altre persone: arricchiranno il suo mondo offrendogli una serie di stimoli che una singola persona, perfino la mamma, non è in grado di offrirgli.
Cercare di attenuare le sue paure non lasciandolo mai, significa negargli la possibilità di imparare che quando i genitori se ne vanno, tornano e non scompaiono per sempre. Stando sempre vicino a lui, gli trasmettiamo il messaggio che senza di noi non è in grado di farcela. Quanto più si abitua a stare con gli altri, tanto meno sarà preda di diffidenze e timidezze, sviluppando la capacità di ambientarsi in situazioni e con persone nuove.
Anche per noi non sarà facile stare lontani dal bambino, poche ore di separazione possono generare un senso di tristezza e di esclusione. Sono sentimenti del tutto naturali, che sarà più facile accettare e superare se saremo consapevoli del fatto che, anche quando non siamo fisicamente presenti, il bambino percepisce profondamente l’intensità del rapporto che lo lega ai suoi genitori.

La paura dell’estraneo

Ora che è in grado di distinguere chiaramente un volto famigliare dalla persona sconosciuta, il bambino non risponde più con un sorriso quando vede avvicinarsi un estraneo. Questo non significa, come si è portati a credere, che abbia cambiato carattere. Ha soltanto acquisito una nuova consapevolezza.
Le reazioni con cui manifesta la sua diffidenza variano a seconda del temperamento e delle occasioni: può abbassare lo sguardo timidamente, coprirsi gli occhi con le mani o con il lembo del vestito. Può scoppiare a piangere o strillare a squarciagola. Le differenze di comportamento sono anche legate al clima affettivo che lo circonda: se in casa si ha la tendenza a essere apprensivi anche lui ne sarà influenzato. Ma, al di là delle diversità individuali, il comune denominatore è sempre il rifiuto: il bambino evita il contatto con le persone sconosciute e cerca i genitori, gli unici in grado di rassicurarlo.
La paura dell’estraneo è particolarmente forte al compimento del primo anno di vita. Non è il caso di preoccuparsi né di rimproverare il bambino per le sue ritrosie. Negare o minimizzare la sua paura, dicendogli che non c’è nulla da temere non lo aiuta: se l’oggetto dei suoi timori può non essere reale, la paura, anche se sembra “irrazionale”, è sempre reale per chi la prova. D’altro canto, utilizzare le paure del bambino per minacciarlo, come facevano i nostri bisnonni – “Fai il bravo, se no ti porta via l’uomo nero” – non fa che rafforzare questi timori.Quando si mostra scontroso con gli altri, cerchiamo di non farci prendere dall’imbarazzo, ma tranquillizziamolo con un abbraccio. Se vogliamo che si lasci sedurre non interveniamo, e diamogli tutto il tempo per soppesare e valutare il nuovo arrivato. In genere, se gli si risparmiano le insistenze e le esortazioni a essere socievole, dopo qualche tempo sarà lui stesso a mostrarsi aperto nei confronti degli altri.
Per aiutarlo a stare con gli altri e a superare i suoi timori, apriamo la casa a parenti e amici, portiamolo spesso ai giardinetti, facciamolo familiarizzare con i coetanei, abituiamolo gradualmente a frequentare nuovi ambienti. A poco a poco le sue paure si attenuano spontaneamente, per scomparire entro i 3 anni.

La paura del buio

A soli 6 mesi, la mente del bambino è già in grado di immaginare fantasmi minacciosi: l’oscurità è una dimensióne ignota e spaventosa, popolata di insidie e di mostri tanto invisibili quanto terrorizzanti. Non solo. Il bambino va a dormire con l’immagine del nostro volto e, quando si sveglia nel cuore della notte, si accorge che siamo spariti. Da qui nascono i pianti serali, la paura del buio e l’ostinazione a stare sveglio fino a quando può. Cerca di tenere sotto controllo la situazione affinché le figure familiari non spariscano per sempre.
Ecco perché alla paura dell’abbandono si aggiunge spesso la paura del buio e di restare solo a letto. Si sarebbe portati a pensare che l’ansia da separazione si manifesti principalmente nel corso della giornata, quando per qualsiasi motivo il bambino deve allontanarsi da noi. Invece in molti casi il piccolo impara a gestire le attività diurne anche quando non siamo vicini, ma al momento della buona notte, le angosce possono diventare ingestibili.

Come prevenire le crisi del distacco

■ Quando ci sentiremo pronti per affidare il bambino ad altri, scegliamo una persona che ci piace, di cui abbiamo fiducia. Il piccolo coglie infatti gli stati d’animo, i sentimenti e le emozioni di chi lo circonda: se avvertirà la nostra sicurezza si sentirà protetto anche quando saremo fuori casa.
È necessario quindi chiarirsi le idee sulle caratteristiche che desideriamo abbia la persona che se ne prenderà cura per potergli trasmettere l’intima certezza di essere in buone mani. Se invece ci mostreremo tesi, assorbirà la nostra ansia e assocerà le nostre assenze a qualcosa di negativo: ogni volta che dobbiamo uscire inizierà a piangere e urlare.
■ Facciamo in modo che i distacchi siano graduali. Le prime volte stiamo insieme a lui e alla persona che se ne prende cura, per dargli modo di familiarizzare mettendone a fuoco i tratti del viso e i modi di fare. Dopo qualche incontro, possiamo lasciare che giochino insieme, allontanandoci in un’altra stanza per pochi minuti prima di tornare; anche in questi casi va sempre salutato. Poi possiamo decidere di uscire di casa per mezz’ora, sempre salutandolo e ricordandogli che torneremo presto. Man mano che si abitua alla nuova situazione, prolungheremo la separazione di dieci minuti, aumentandola gradualmente. Tanta cautela ha una funzione importantissima, perché insegna al bambino il ritmo dell’andare e del tornare e lo abitua senza spaventarlo ad accettare l’assenza dei genitori. Non si sentirà abbandonato perché, per esperienza, imparerà che ritornano sempre.
■ Ogni volta che dobbiamo lasciarlo per fare la spesa, lavorare, dormire,o anche solo per prendere un bicchier d’acqua in cucina, mettiamoci nell’ottica di salutarlo. Noi sappiamo che torneremo, lui no; sa soltanto che non esistiamo più.
La tentazione di allontanarsi di soppiatto per evitare che scoppi a piangere è potente, ma va contrastata. E meglio infatti che il bambino pianga prima, quando lo salutiamo, piuttosto che si senta abbandonato dopo, quando siamo spariti. Oltre a vedersi ingannato, si sente anche solo. Se possiamo sparire da un momento all’altro senza che nemmeno possa rendersi conto di quel che succede, cercherà di fare di tutto per evitare che ci allontaniamo e tenderà a diventare appiccicoso e poco autonomo. Come già osservava più di un secolo fa Sigmund Freud, il fondatore della psicanalisi,”Pur di non vedere il bambino arrabbiato, evitiamo di affrontare la situazione, lasciando a lui tutto il carico della separazione”.
Per questo è importante parlargli, raccontargli quando torneremo, coinvolgerlo nei saluti.Anche se non parla ancora, capirà dal tono della nostra voce che non vi è nulla che lo minaccia. La consapevolezza della separazione è necessaria affinché conquisti il concetto di permanenza di sé e degli altri.

La forza di gestire le sue lacrime

Sopraffatti dai sensi di colpa, spesso davanti ai pianti del bambino rischiamo di farci coinvolgere in estenuanti e prolungati riti di addio oppure, all’estremo opposto,ci irritiamo,percependo il suo disagio come un rimprovero nei nostri confronti. Non sentiamoci colpevoli perché non gli siamo abbastanza vicini: se fosse davvero trascurato, non piangerebbe e si mostrerebbe apatico. Il pianto è una richiesta di aiuto, che rivolge a genitori solleciti e premurosi. Pur dimostrando comprensione, non premiamo i suoi timori con atteggiamenti consolatori, tipo Poverino…,che rafforzerebbero le sue ansie, ma cerchiamo di comunicargli che siamo sicuri che potrà superarle.

Succede spesso che al momento di rivederci il bambino pianga.
Non è perché vuole “punirci”, come saremmo portati a pensare: non piange perché è triste o arrabbiato, ma solo per commozione.
Mostriamogli quanto siamo felici di rivederlo, comunicandogli un’allegria contagiosa, senza sollevare il ricordo della difficoltà a separarsi. In molti casi, per avere il premio di questa festosa accoglienza, il bambino si convince che, dopo tutto, non è un dramma stare lontano dai genitori.
Vale quindi la pena di trovare anche solo mezz’ora da dedicare esclusivamente a lui: gli regaleremo un tempo di qualità vissuto intensamente insieme che compensa tutti i momenti di lontananza.

Originally posted 2014-09-30 14:59:57.

Comments

comments