Per un rapporto sereno con il cibo

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Rapporto con il cibo: quando è buono
Il rapporto con il cibo è sempre molto soggettivo. Ogni bambino lo sviluppa gradualmente a partire dal primo anno di vita, sia grazie all’esperienza che va via via acquisendo, sia grazie alla sempre maggiore capacità di focalizzare le sensazioni collegate all’atto di nutrirsi. Posto questo, più in generale un buon rapporto con il cibo si instaura quando mangiare mantiene la sua peculiarità di “azione irrinunciabile per la sopravvivenza che produce anche piacere”. Mangiare ha inoltre una precisa valenza sociale, simbolica e culturale. La famiglia che si ritrova la sera intorno al tavolo per cenare è senza dubbio un riferimento importante per l’affettività del bambino, quindi è molto importante che il piccolo possa contare il più possibile su simili momenti. Durante la cena è importante tenere il televisore spento, parlare con tono sereno, evitare qualsiasi discussione, fare in modo che l’atmosfera sia davvero conviviale.

Il triangolo cibo-mamma-bambino
II gesto di “allattare” e, più in generale, di “nutrire” il bambino ha un grande valore anche dal punto di vista affettivo-relazionale. Se le mamme e i papà non ne sono consapevoli si corre il rischio che il momento dei pasti perda di significato, rimanendo allo stadio di semplice passaggio del cibo dal seno al bambino, dal biberon al bambino, dal piatto al
bambino. Dare da mangiare al bambino è invece molto di più: significa prendersi cura di lui e offrirgli, insieme al nutrimento per il corpo, una risposta precisa alla sua forte (e muta) domanda d’amore. Nutrendo il bambino si provvede a sostentare il suo corpo e anche il suo cuore. Il latte prima e gli alimenti solidi poi, specialmente nel primo anno di vita, veicolano una serie di messaggi affettivi, dicono cioè al bambino: “La mamma c’è e si prende cura di te, di tutto quello che ti riguarda”. Il gesto di nutrire il piccolo è eloquente esattamente come lo sono le parole, tant’è che è definito una “comunicazione non-verbale” che non si esaurisce solo nella sua funzione fisiologica, ma rappresenta un vero e proprio scambio affettivo tra la mamma e il bambino. Lambito alimentare s’intreccia dunque fin dall’inizio con la dimensione affettiva, consentendo lo sviluppo della prima forma di relazione/comunicazione. È bene dunque che fin dall’allattamento la mamma sia consapevole che il cibo e Tatto di nutrire danno vita a dinamiche complesse, i cui riflessi negativi o positivi si possono ripercuotere sia all’interno delle relazioni familiari, sia direttamente nel rapporto del bambino con il cibo. Mangiare o rifiutare il cibo sono gesti che implicano anche accettare o rifiutare qualcosa che viene dall’esterno, dall’altro, ma per il bambino significa anche aprirsi alla mamma, rendersi disponibile alla relazione o, viceversa, chiudersi a lei, rifiutarla. Ecco perché le madri, anche senza conoscere nulla degli studi condotti al riguardo, interpretano istintivamente il rifiuto del cibo del loro bambino come un atto ostile nei loro confronti, come il modo che il piccolo utilizza per esprimere un dubbio circa il loro amore o, addirittura, per respingerlo.

Aprire le porte anche al papà
È consigliabile che la mamma sia disposta a lasciare spazio anche al padre (ed eventualmente, più avanti nel tempo, anche ad altre figure) durante i pasti del bambino. In questo modo ci si mette al riparo dal rischio che si prolunghi in modo anomalo la simbiosi tra la mamma e il bambino e, soprattutto, si può promuovere il significato sociale e conviviale dell’atto di nutrirsi. È dunque di fondamentale importanza che i genitori non trasformino il pasto del bambino in una ragione di scontro (“Lo imbocco io: tu lascia perdere!”), in un motivo per affermare il proprio potere (“Vedi? Mangia solo con me!”) o ancora mettere in discussione il prestigio dell’altro genitore.

Un errore da non fare
È davvero importante che la mamma impari fin dai primissimi giorni di vita del bambino a distinguere il pianto che nasce dalla fame da quello indotto dal desiderio di vicinanza, coccole, tenerezza, contatto fisico. Se questo non avviene, si apre la strada al rischio che la mamma risponda sempre in modo unico alla richiesta del bambino, cioè sempre e solo
offrendogli il latte. In una simile eventualità si pone il reale pericolo di confondere il bambino, inducendolo a credere che la “fame di mamma”, ovvero il desiderio d’amore, possa essere soddisfatto solo ed esclusivamente dal cibo. In ambito psicoanalitico si sostiene che la madre che offre il cibo in risposta a un pianto che in realtà chiede contatto e presenza affettiva produce un “ingozzamento”, che confonde e mette in ansia il neonato, producendo in lui un oscuro senso paradossale di vuoto e, nello stesso tempo, di indigesto. Il bambino può così sentirsi rifiutato come soggetto che chiede amore e non riconosciuto come degno di ciò. Il neonato che gira il volto e rifiuta il latte, così come il bambino che respinge la pappa, esprimono con chiarezza un dubbio inconsapevole, ma
comunque drammatico:”Che posto ho nel tuo cuore?”. A questo proposito gli studi condotti sui disordini alimentari in età infantile hanno evidenziato come il cibo entri in gioco solo ed esclusivamente per il suo valore simbolico. Il cibo può riempire il vuoto oppure, se respinto, può diventare il mezzo con cui dire alla mamma: “Non mi ami abbastanza”.

Sulle quantità
Sono molti gli studiosi che ritengono che per quanto riguarda le quantità del cibo ci si possa fidare dell’istinto del bambino, evitando di insistere quando dimostra di essere sazio (anche se questo avviene dopo poche cucchiaiate). Di fatto, molto presto il piccolo è in grado di esprimere gusti e senso di sazietà. Quindi, in linea di massima, una madre attenta è in grado di capire se il bambino, facendo, per così dire, di testa propria, mangia abbastanza (la conferma ultima si ottiene poi verificandone l’aumento di peso e di altezza, che non importa sia spettacolare, basta che non si arresti). È certo comunque che insistere affinché il bambino mangi quando dimostra di non avere più fame può essere controproducente. Può cioè trasformare il pasto in un motivo di conflitto e questo non deve accadere. Al riguardo si è anche osservato che al termine dell’allattamento al seno, l’inappetenza (quando non è legata a un periodo di convalescenza) è spesso un falso problema. Di fatto, ci sono mamme che definiscono il bambino inappetente non perché lo sia davvero, ma solo perché non inghiotte le quantità di cibo che loro ritengono giusto somministrargli. In casi del genere la madre definisce inappetente un bimbo che delude le aspettative materne rispetto alla “giusta” quantità di cibo da introdurre.

Originally posted 2014-10-06 10:53:03.

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