RIMPROVERI, LODI E PUNIZIONI

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Punizioni, pressioni, collera, ricatti, ritiro dell’affetto sono tutti sistemi che nel lungo periodo non sono mai risultati efficaci nell’educazione del bambino. Per insegnare la disciplina,o meglio ancora,perché l’autocontrollo divenga parte integrante del suo atteggiamento abituale, è necessario fargli sperimentare quali siano gli effetti concreti del suo cattivo comportamento, rendendolo consapevole delle conseguenze dirette delle sue azioni.
Il bambino piccolo infatti non ha ancora chiaro il rapporto che esiste tra la causa (l’azione cattiva) e l’effetto (la punizione): non potendo quindi sviluppare la consapevolezza di commettere degli errori, continua a ripeterli. Per questo più duri sono gii interventi, più tende a diventare ostinato e maggiori sono i sensi di colpa dei genitori, che passano da punizioni sproporzionate a regali eccessivi per farsi perdonare. Piuttosto che tesi a sgridare e a punire, i rimproveri devono quindi essere dolci, mirati cioè a inculcare la necessità e il vantaggio di avere regole e limiti.

La debolezza delle maniere forti

In uno studio condotto negli Stati Uniti su un campione di 1500 bambini di età compresa tra i 2 e i 4 anni per capire fino a che punto le maniere forti fossero efficaci, i ricercatori hanno suddiviso i genitori in tre gruppi: quelli convinti che l’unico modo per tener buoni i bambini fossero gli scappellotti; quelli che vi ricorrevano soltanto occasionalmente; quelli che non li usavano mai.
Dai dati della ricerca risultò che i bambini trattati abitualmente a scappellotti cercano di fare in continuazione le cose proibite, mentre i figli di coloro ai quali scappa occasionalmente uno scapaccione o che evitano totalmente le punizioni fisiche si intestardiscono meno e rispettano più facilmente le regole. Non solo, dopo 6 mesi gli studiosi hanno esaminato le stesse famiglie riscontrando un dato interessante: i piccoli che non sono picchiati mai, o molto di rado, sono più pronti alla collaborazione rispetto a quelli trattati con le maniere forti.
Quelli convinti a forza di punizioni arrivano infatti alla conclusione di dover fare quello che gli si dice non perché sia giusto, ma perché i genitori sono più grandi e potenti. Si sentono offesi, violati e accumulano rancori che spesso rimangono per lungo tempo. Altre ricerche hanno ampiamente confermato he il ricorso abituale alle maniere forti non porta a modificare i comportamenti negativi.

L’uso della forza manda anzi al bambino messaggi impliciti che hanno profonde influenze sulla sua personalità. Per prima cosa, si convince di meritare disprezzo: non sentendosi amato né rispettato, si sente cattivo perché il suo comportamento trasforma i genitori in persone che manifestano odio nei suoi confronti. Per non soffrire, mette allora in atto diversi meccanismi di difesa.
■ Fa il duro per non provare il dolore di non sentirsi amato, si chiude in se stesso, reprime i suoi sentimenti. Con il passare degli anni, diventa insensibile e poco attento agli altri.Ai suoi occhi i genitori, le persone che più dovrebbero capirlo, improvvisamente e spesso senza motivo, si trasformano in streghe e orchi cattivi che puniscono. Dalla ripetizione di quest’esperienza il bambino arriva a una conclusione: essere vicino a qualcuno significa essere ferito. Impara allora a tenersi lontano, a chiudersi, ad avere con le persone una relazione cauta e sospettosa, senza slanci né abbandoni.
■ Si deprime. Non sentendosi abbastanza buono per guadagnare l’amore dei genitori, ritorce la collera che prova nei loro confronti contro se stesso: diventa autodistruttivo.

■Diventa violento con i più deboli, trasferendo sugli altri la carica aggressiva che ha dovuto subire. A poco a poco il ricorso alla forza gli sembrerà normale, e diventerà l’unico modo per risolvere i conflitti. Il bullo della scuola o del quartiere è spesso un bambino che a sua volta subisce punizioni corporali.
■ Ricorre a bugie e sotterfugi. Costantemente terrorizzato di sbagliare e di incorrere nelle punizioni, per difendersi impara a mentire e a nascondere i propri sentimenti. Invece di imparare a controllare i suoi impulsi, si convince di non saperli gestire: perde la capacità di fare scelte indipendenti e agisce solo sotto la minaccia della punizione.

Quando si perde la pazienza

Stanchi,esasperati,delusi,incapaci di comprendere il motivo di comportamenti ostinati e inspiegabili, di fronte a un bambino che non vuole sentire ragioni e rifiuta qualsiasi limite e regola, è facile farsi tentare dalla scorciatoia di imporre la propria autorità con la violenza.
Fino a non molti anni fa si sosteneva che lo scapaccione potesse traumatizzare il bambino, provocando danni irreparabili. Oggi, pur condannando il ricorso abituale alla violenza, gli esperti concordano nel sostenere che un episodico scoppio di rabbia non lascia tracce sulla sua psiche.

Se in un momento di esasperazione o per impedire una situazione pericolosa ci scappa la mano non è quindi il caso di macerarsi in sensi di colpa: si può rimediare, trasformando l’episodio in un’occasione per crescere insieme e insegnargli a riconoscere i sentimenti. Spieghiamogli che tutti, adulti e bambini, possono essere tristi, nervosi,gelosi…e arrabbiati. E la rabbia è un sentimento come tutti gli altri. Una volta passata la burrasca, abbracciamolo e, anche se non capisce ancora le nostre parole, diamogli una spiegazione dei motivi della nostra reazione. Dopo lo scatto d’ira non conserviamo rancori e facciamo pace. Le rassicurazioni cancellano la memoria di una momentanea intemperanza, che può anzi risultare utile per evitare il ripetersi di altri episodi.
È importante però ammettere di fronte al bambino che abbiamo perso il controllo. Chiediamogli scusa, senza temere di perdere la nostra autorevolezza. Si sentirà rispettato e trattato come un grande e, attraverso la molla dell’imitazione, quando gli capiterà di usare la forza, imparerà a sua volta a chiedere scusa agli altri. Cogliamo poi l’occasione per farlo riflettere sul fatto che i suoi comportamenti possono suscitare negli altri reazioni incontrollate.
Uno schiaffo dato a caldo in un momento di esasperazione è molto meno dannoso di espressioni quali “La mamma non ti vuole più bene” o “Sparisci, non voglio più vederti”. Non è lo scapaccione dato in un momento di rabbia a fare danni. Se il bambino vive in un ambiente in cui è amato e rispettato, uno scatto episodico di rabbia non lascia tracce.
La vera violenza è il rimprovero continuo che nasce dalla delusione di avere un bambino che non risponde alle aspettative e agli ideali. Dirgli continuamente “Non sei capace”,”Piangi sempre”,”Sei cattivo”,”Non stare così appiccicato” è molto più deleterio di uno scapaccione occasionale.Anziché spronarlo, le accuse inducono in lui una rabbia impotente che lo spinge alla rivalsa. Non solo. Continuando a ripetergli che è cattivo, incapace o appiccicoso finirà col crederci e si adeguerà al modello che gli viene presentato. È questo un punto particolarmente importante, perché fino air età dell’ adolescenza il bambino non sa accettare un rimprovero senza mettersi sulla difensiva o diventare perfino ostile. Dato che non è ancora capace di separarsi dalle sue azioni, pensa che fare cose sbagliate significhi essere intimamente sbagliato.
In tal modo, non riuscirà mai a capire che può comportarsi diversamente.

Le insidie dei ricatti

Spesso succede che il bambino si comporti bene con gli altri e male con i genitori: essendo affettivamente più coinvolti nel rapporto, siamo disposti a tutto pur di vederlo felice e tranquillo. Si è portati così a cedere ai suoi ricatti o, al contrario, pur di non vedere la delusione sul suo viso, a proporre a nostra volta dei baratti.
Indurre però il bambino a obbedire con un ricatto tipo:”Fai il bravo, che ti compro una bella cosa”, è controproducente. Se per farlo stare buono gli si promette un regalo, la conclusione cui arriverà la sua logica implacabile è che quando non glielo compriamo vuol dire che non è buono. Basta pronunciare anche una sola volta una frase del genere perché il piccolo capisca immediatamente la tecnica: piangendo, facendo il lamentoso, buttandosi a terra o urlando può ottenere qualsiasi cosa. Non solo. Imparerà a chiedere a sua volta “Che cosa mi dai in cambio, se faccio quello che vuoi?”, innescando così una spirale senza fine.
Le forme del ricatto che in genere si esercitano sul bambino possono essere di tre tipi:
■ Minacciare la perdita dell’affetto, con frasi come “Se non farai o non sarai… non ti vorrò più bene”, “Se mi vuoi bene,devi…”.
■Tenere il muso, come forma di punizione.
■Trasmettere il senso di colpa:”Così fai un dispiacere alla mamma (o al papa)”, “Non mi fai stare tranquillo” ,”Con tutto quello che faccio per te.
Questi atteggiamenti vanno sempre evitati: il bambino infatti impara il linguaggio dell’estorsione e appena potrà lo userà contro i genitori e coloro con i quali entra in relazione.
Se invece promettiamo un premio per raggiungere alcuni obiettivi, non facciamone un ricatto:”Quando avrai imparato a non toccare le cose che si trovano nei negoziti porterò in giro con me a fare la spesa e potrai aiutarmi…”.Gli insegniamo invece che l’apprendimento di alcune abilità offre una maggiore libertà e autonomia.

I rimproveri “dolci”

Perché il bambino possa comprendere e interiorizzare le nostre richieste, il rimprovero deve possedere quattro caratteristiche: essere immediato, cioè avvenire quando accade il fatto; breve, non più di un minuto; limitato a un singo- lo episodio; rassicurante e seguito sempre da un incoraggiamento.
Immediato – II bambino non conosce il futuro né si ricorda del passato: vive in un eterno presente. Ammonizioni del tipo: “Vedrai quando viene papà”,oppure “Domani niente giostre”, non hanno per lui alcun senso. Quando, a distanza di ore, ma anche di minuti, arriva il momento di mettere in atto la punizione, la trova incomprensibile e si domanda che cosa sia successo.
Breve – Poiché la sua capacità di attenzione è molto breve e ha bisogno di stimoli continui per rinnovarsi, prediche e lunghe spiegazioni sono inutili e controproducenti. Se ci imponiamo di non superare il minuto, il messaggio che vogliamo trasmettere risulterà chiaro ed efficace.
Limitato – Trascinati dall’irritazione, spesso si è portati a rimproverarlo di tutte le sue malefatte:”Oggi hai rotto un bicchiere,hai picchiato tua sorella, hai lasciato tutti i pennarelli aperti e anche prima mi hai disubbidito”. Se la sgridata si suddivide in tanti rimproveri diversi, finisce che si inviano tanti messaggi, tutti deboli. Subissato da mille informazioni,il bambino non riesce a seguirci, si chiude e diventa impermeabile a qualsiasi dialogo.
Rassicurante Alla fine del rimprovero è necessario rassicurarlo sempre del nostro amore e della fiducia che abbiamo in lui .Tutti sappiamo che arrabbiarsi con i propri figli non significa avere smesso di amarli. È vero piuttosto il contrario: perdiamo la pazienza proprio perché li amiamo. Il bambino però non lo sa, onon ne è sicuro.

Limitato – Trascinati dall’irritazione, spesso si è portati a rimproverarlo di tutte le sue malefatte.”Oggi hai rotto un bicchiere, hai picchiato tua sorella, hai lasciato tutti i pennarelli aperti e anche prima mi hai disubbidito”. Se la sgridata si suddivide in tanti rimproveri diversi, finisce che si inviano tanti messaggi, tutti deboli. Subissato da mille informazioni, il bambino non riesce a seguirci,si chiude e diventa impermeabile a qualsiasi dialogo.
Rassicurante Alla fine del rimprovero è necessario rassicurarlo sempre del nostro amore e della fiducia che abbiamo in lui .Tutti sappiamo che arrabbiarsi con i propri figli non significa avere smesso di amarli. È vero piuttosto il contrario: perdiamo la pazienza proprio perché li amiamo. Il bambino però non lo sa, o non ne è sicuro.

La perfetta sgridata di un minuto: le tappe

Spieghiamo chiaramente qual è l’oggetto del rimprovero, impedendogli di continuare “Adesso non puoi giocare con il secchiello, perché hai buttato l’acqua addosso agli altri bambini”;quanto più un bambino è piccolo, tanto più si dimentica di come deve comportarsi e, in molti casi, non capisce le ragioni dei nostri rimproveri che, di conseguenza, gli appariranno arbitrari. Ribadiamo la regola infranta “Ti ho già detto che non bisogna buttare
l’acqua addosso ai bambini”.Anche se gliel’abbiamo ripetuta cento volte, non stanchiamoci di riproporla: le regole non fanno parte dei comportamenti innati, ma sono oggetto di apprendimento, come lo sono per noi i vocaboli e le norme grammaticali di una lingua straniera. Perché il bambino possa assimilarle vanno ripetute più e più volte.

Il potere delle lodi

E stato dimostrato che il bambino e più portato a migliorare il suo comportamento se,insieme ai rimproveri,riceve molte lodi.
Le lodi sono sempre una manifestazione di affetto e di stima, di cui il bambino ha bisogno più di quanto si pensi. Se proviamo a fare il conto, ci accorgeremo che in molti casi, rispetto alle lodi, il rapporto tra rimproveri, lamentele e manifestazioni di stizza è pressappoco di dicci a uno. Per questo non bisogna temere di esagerare con le lodi: la tecnica rinforzo positivo, si rivela straordinaria nel migliorare il suo comportamento e la sua autostima. Le lodi, intatti comunicano al bambino che gli si vuole bene, rafforzano la sicurezza in se stesso e lo invogliano a fare meglio. Ma attenzione. Perché siano efficaci in questo senso, devo- no possedere precise caraneristiche:
Devono sempre essere senza condizioni Se si dice al bambino: “Sono molto contento che tu non abbia picchiato tua sorella. Speriamo finalmente tu abbia imparato come ci si comporta”, non lo si invoglia a continuare nel suo comportamento positivo.

DA RICORDARE

Quando vogliamo rimproverare il bambino, evitiamo di farlo davanti agli altri, ma prendiamolo in disparte: se lodare in pubblico accresce la sua autostima, biasimarlo di fronte a estranei o ad amici lo avvilisce e mette in crisi il suo fragile senso di competenza.
In molti casi, sarà anche più disposto ad accettare osservazioni che, se fatte davanti ad altre persone, sarebbero respinte.
Succede spesso che, nonostante i nostri provvedimenti, il bambino si intestardisca o si comporti peggio di prima. Ci sta mettendo alla prova per capire se facciamo sul serio e il braccio di ferro può durare anche due-tre giorni.

Quando chiedere aiuto

È necessario rivolgersi a una persona esperta se:
■ Non c’è accordo tra i genitori sui metodi da adottare con il bambino.
■ Non si riesce a trattenersi dal ricorrere alle punizioni tìsiche.
■ Nonostante si applichino i suggerimenti sopra riportati, il comportamento del bambino non migliora.

Originally posted 2014-10-01 14:52:24.

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