SOCIALIZZAZIONE

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Le relazioni con gli altri influenzano non soltanto lo sviluppo emotivo e sociale, ma anche quello cognitivo.
Le esperienze sociali in età precoce costringono il bambino a tener conto dei diritti e delle sensibilità degli altri, al di fuori della famiglia. Stando con i coetanei impara infatti a correggere le distorsioni che inevitabilmente caratterizzano il suo rapporto esclusivo con i genitori.
Se in casa i suoi desideri vengono intuiti al volo, con i compagni deve imparare a esprimersi chiaramente. Se è abituato a ricevere lodi per qualsiasi cosa faccia, la brutale sincerità degli amici lo riporta alla dura realtà di un mondo in cui non sempre si apprezza quello che fa. Passato l’iniziale disorientamento, si rende conto che gli altri non sono come i genitori, che nutrono per lui un amore incondizionato, e impara ad avere una percezione più realistica delle sue abilità. Sottoposto a sfide, scontri e delusioni, impara a mettersi in relazione con il prossimo rendendosi conto che esistono gerarchie, gruppi di potere, scontri di interessi. È in questo confronto alla pari con i compagni, così diversi dagli adulti che lo circondano e dai fratelli, che il bambino potrà iniziare a disegnare la propria, irripetibile identità.

Le dinamiche dei primi incontri

Fino ai 16 mesi II bambino non mostra alcun interesse per gli altri. Se morde, spinge o tira i capelli non lo fa per un senso di ostilità: semplicemente esplora i compagni come se fossero oggetti fisici. Gioca insieme a loro, ma in parallelo, di solito li ignora e, se strappa di mano un oggetto, è solo perché questo ha attratto la sua attenzione. In molti casi mostra ancora diffidenza nei confronti dei bambini che non conosce, ma la supera velocemente se li incontra più volte.
Dai 16 mesi ai 24 mesi Inizia a mostrare maggiore sensibilità nei confronti degli altri. Può succedere che porga un oggetto a un altro bambino,ma lo fa per caso. Pur riuscendo a separare se stesso dal mondo e dai genitori, fa invece molta fatica a distinguere le sue cose da quelle degli altri. Ancora non sa distinguere tra mio e tuo: tutti gli oggetti che rientrano nel suo campo d’azione diventano automaticamente suoi. Gli scambi sociali si intensificano quando comincia a parlare, anche se fino ai 2 anni non è in grado di mettersi in relazione con gli altri coetanei,che per lui restano ancora come giocattoli animati.
Dai 2 ai 3 anni Quando è con gli altri bambini li guarda, scambia con loro degli oggetti, pronuncia dei suoni, sorride o mostra una genuina ostilità con morsi e spintoni. Man mano che la capacità di parlare si evolve può sviluppare le prime amicizie,ma l’interazione è sempre rivolta a uno scopo ben preciso: giocare con la sabbia, costruire una torre, correre con il triciclo. Una volta finito il gioco, il legame si scioglie. Ora il bambino riconosce ciò che è suo e io difende a spada tratta. Con il passare del tempo, la gamma dei comportamenti con i compagni si arricchisce: aggredisce mordendo o picchiando; minaccia emettendo suoni gutturali, aggrottando le sopracciglia, alzando il pugno; seduce sorridendo, accarezzando, piegando la testa, tendendo le mani, proiettando il busto in avanti, offrendo un giocattolo o un foglio di carta. Sono questi gesti di seduzione a permettergli di stabilire una comunicazione positiva con altri bambini.

Quando vuole tutto per sé

Nel vedere un bambino che litiga per riprendere possesso di un giocattolo strappandolo dalle mani del compagno, si è portati a temere che non sia in grado di essere generoso e di entrare in relazione con gli altri.Va però tenuto presente che il suo modo di reagire alle situazioni, la sua struttura mentale, le sue emozioni e le sue reazioni sono totalmente diverse da quelle di un adulto che ha portato a compimento la maturazione intellettuale ed emotiva.
Fino ai 5 anni il bambino non è in grado di mettersi nei panni degli altri. Come spiega lo psicologo svizzero Jean Piaget, piuttosto che di egoismo si deve quindi parlare di egocentrismo. Il piccolo si sente al centro del mondo: tutte le esperienze e le cose si riferiscono al suo io o, se si preferisce, al suo ego. Dopo mamma e pappa, io e mio sono le parole che impara per prime, quelle che più ricorrono e che gli servono per affermare la sua personalità. Per lui gli oggetti sono sempre un tramite tra sé e gli altri. La bambola, la macchinina, Torso di peluche non sono cose inanimate, ma cariche di significati simbolici: rappresentano la mamma, la sicurezza, le coccole. L’istinto di possesso non è altro, quindi, che la manifestazione di sentimenti fortissimi. Ecco perché si dispera quando gli viene sottratto il suo giocattolo: si sente privato di una parte di sé e non è ancora in grado di accorgersi che le sue azioni possono avere conseguenze spiacevoli per gli altri. Noi sappiamo che gli oggetti prestati tornano indietro, ma lui no. Poiché non ha ancora acquisito il senso del tempo, non sa immaginarsi il futuro: teme che il giocattolo prestato scompaia per sempre e si sente derubato.
Tentare di spiegargli che l’amico lo ha preso per giocarci un po’ e dopo glielo restituirà non serve: per lui dopo significa mai. Non sa ancora vedere le intenzioni degli altri: ciò che accade è molto più importante del perché accade.

Superare i conflitti

È attraverso la lite per un giocattolo che il bambino impara a capire il confine tra mio e tuo e tra me e te. Nel difendere i suoi confini si distingue dagli altri, rafforza il proprio io e forma la sua personalità. Ecco perché, quando vediamo due bambini che si intestardiscono per il possesso di un giocattolo è fondamentale non far sentire il primo un egoista e il secondo un ladro. Entrambi sono convinti di avere ragione: uno crede che non sia giusto cedere il giocattolo; l’altro che è giusto appropriarsene.
La prima cosa da fare è resistere alla tentazione di intervenire per risolvere il conflitto. Lasciamo che provino a cavarsela da soli. Sono inutili gli interventi salomonici, come si è spesso tentati di fare, in cui si sentenzia che hanno ragione tutti e due. Serve invece aiutarli a capire che cosa esattamente temono o desiderano. Al primo si potrebbe dire:”Non glielo vuoi prestare perché hai paura che non te lo restituisca più?”. E al secondo:”Pensi che ora tocchi a te giocarci?”. Si tratta cioè di descrivere i loro sentimenti, senza aspettarci alcuna risposta. In questo modo permetteremo a entrambi di tranquillizzarsi. Solo quando lo scontro rischia di degenerare sul piano fisico e diventa pericoloso, interveniamo per dividerli, ma non cerchiamo di convincere uno dei due a cedere.

Un Basta! perentorio accompagnato, se necessario, dalla requisizione del giocattolo, è sufficiente. Senza prendere le parti dell’uno o dell’altro o cercare di stabilire chi ha ragione, mostriamo di comprendere entrambi annunciando:MPer ora il gioco è qui con me. Potrete prenderlo quando volete,ma senza litigare”.
Se il bambino porta via con prepotenza un giocattolo a un compagno di giochi, prendiamo subito il gioco e riconsegniamolo al legittimo proprietario. Non lasciamo che abbiano il predominio l’aggressività del più forte o i piagnucolìi di chi vuole tenerselo a tutti i costi: invitiamo invece il bambino a riportarlo quando il proprietario lo richiede. Se è ancora piccolo, si può cercare di distrarlo proponendo altri giochi.
Quando riceve un amico in casa, prepariamo insieme una cesta colma di giocattoli da cui tutti potranno attingere eliminando in anticipo i giochi ai quali tiene di più.
Per abituare i bambini allo scambio, in alcuni asili nido si propone il gioco della sveglia. Al suono del campanello, si mettono giù i giocattoli e si scambiano. Alla fine si lodano i bambini per aver rispettato la regola.

Originally posted 2014-10-01 15:15:24.

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